PICCO DEL PETROLIO e PICCO DELL'ACQUA
Lester Russell Brown (1934) è uno scrittore, ambientalista ed economista statunitense. Ha scritto oltre venti libri sui problemi ambientali globali. I suoi lavori sono stati tradotti in oltre 40 lingue. È stato il fondatore del Worldwatch Institute nonché fondatore e presidente del Earth Policy Institute, organizzazione di ricerca non profit di Washington, D.C.
Laureato nel 1955 alla Rutgers University, nel 1959 è analista in agricoltura internazionale al ministero americano dell'agricoltura. Si specializza in seguito in economia agricola all'Università del Maryland e poi ad Harvard. Nel 1974, con il sostegno della Fondazione Rockefeller fonda il Worldwatch Institute, il primo istituto dedicato all'analisi delle questioni ambientali mondiali.
Uno dei suoi lavori più noti è Piano B, un libro che si è evoluto secondo i dettami della rete, passando dalla prima versione del 2003, Plan B: Rescuing a Planet Under Stress and a Civilization in Trouble (recuperare un pianeta sotto stress e una civiltà nei guai), alla versione 2.0 del 2006, con lo stesso titolo, e alla 3.0 del 2008 ''Plan B 3.0: Mobilizing to Save Civilization (mobilitarsi per salvare la civiltà) Plan B 4.0 uscita negli Stati Uniti nel 2009 verrà pubblicata in Italia nel Maggio 2010. Tutte le versioni sono disponibili online. Oggetto di numerosi riconoscimenti, Brown è stato descritto dal Washington Post come "uno dei più influenti opinionisti del mondo.". Lester Brown si è sempre distinto per sollecitare il problema della scarsa disponibilità di risorse, soprattutto alimentari per evitare a livello della popolazione mondiale scenari di fame.
argomento:
Da vedere,
Etica civile
VANDANA SHIVA UN'ISPIRAZIONE COMMOVENTE E CATARTICA
Nel 1978 Shiva si laurea in fisica alla University of Western Ontario, Canada, con una tesi di dottorato in "variabili nascoste e non-località nella teoria quantistica". Successivamente si occupa di ricerca interdisciplinare (scienza, tecnologia e politica ambientale) all'Indian Institute of Science e all'Indian Institute of Management di Bangalore. Nel 1982 fonda il Research Foundation for Science, Technology and Natural Resource Policy, un istituto di ricerca da lei diretto.
Attivista politica e ambientalista, si è battuta per cambiare pratiche e paradigmi nell'agricoltura e nell'alimentazione; si è occupata anche dei diritti sulla proprietà intellettuale, di biodiversità, biotecnologie, bioetica, ingegneria genetica e altro.
Nel 1993 ha ricevuto il Right Livelihood Award. È tra i principali leader dell'International Forum on Globalization.
La sua capacità dialogica l'ha spesso portata in giro per il mondo e spesso anche in Italia. Il 20 gennaio 2008 ha partecipato alla trasmissione Parla con me di Serena Dandini. Il 23 maggio 2010 ha partecipato alla trasmissione Che tempo che fa di Fabio Fazio.
Tra le sue battaglie, che l'hanno resa famosa anche in Europa, vi è quella contro gli OGM e la loro introduzione in India.
Attualmente è la vicepresidente di Slow Food e collabora con la rivista di Legambiente "La Nuova Ecologia".
Le sue campagne hanno ottenuto vasta eco, sollevando consensi, ma anche critiche.
argomento:
Etica civile,
Maestri
E SE I BARBARI FOSSERO ANCHE UNA MEDICINA?
L'intellighenzia riformista del nostro paese, dai Galimberti agli Scalfari ai Tranfaglia e ai molti altri, sembra assai preoccupata dell'avvento della nuova barbarie, individuata perlopiù nell'orda nichilista che insidia il primato dei valori della modernità, dall'individuo partorito dal cogito cartesiano e dalla morale kantiana, alla storicità e allo storicismo, alla formazione imperniata sulla parola e sulla scrittura. Il volto nomade e tribale delle giovani generazioni, la disseminazione e la pluralità delle forme di comunicazione, la degerarchizzazione dei saperi sconvolge i nostri peraltro rispettabili custodi della civiltà illuministica.
E tuttavia...
E se, al di là di fenomeni certo inquietanti di nuova anomia, di insubordinazione confusa e di evidente caduta di rispetto per l'etica pubblica e per gli ideali d'antan, se accanto alla dispersione della memoria, al narcisismo e ad un appiattimento del desiderio sulla merce, peraltro prodotti proprio dall'evoluzione di quella civiltà di cui si patisce tanta nostalgìa, vi fossero anche segnali interessanti, trasformativi, e non necessariamente in peggio, da raccogliere?
Se, per esempio, qualcosa da sempre ostracizzato e emarginato nella nostra idea di cultura, assecondando forse anche un necessario moto di compensazione, ritornasse alla ribalta? Se, ad una cultura che è stata per secoli iconoclasta, somatofobica, sessuofobica, misogina e certo allergica ai linguaggi non deduttivi, astratti e fortemente gerarchizzati, si contrapponesse finalmente la necessità di un forte ribaltamento della concezione del sapere, dell'educazione, della comunicazione, in cui l'immaginazione, il corpo, la musica ritornassero ad avere un ruolo di rispetto? Se allo scientismo e al geometrismo della conoscenza, anche in virtù delle progressive trasformazioni e ritrovate connessioni tra filosofia e ricerca, tra arte e vita, si potesse sostituire una visione più plurale e policentrica dell'episteme e dell'esperienza? Se, per esempio, a scuola, si immaginasse che l'epistemologia della musica contemporanea, o quella del teatro povero e della drammatizzazione, o quella del cinema, o quella della danza, o quella dell'immaginazione artistica potessero affiancarsi in maniera non subalterna all'apprendimento fondato sulla parola e la scrittura, se la scienza ritrovasse una dimensione estetica e non solo funzionale, se la filosofia fosse finalmente emancipata dalla tirannia storicistica? Se l'informatica fosse uno spazio di sperimentazione espressiva e non solo una tecnologia finalizzata alla produzione? Insomma, se al monoteismo del Logos e della sua morale si avvicendasse il politeismo meticcio dei linguaggi e delle forme, sarebbe davvero l'apocalisse temuta dai nostri moderni Catoni?
Paolo Mottana Il Blog Immaginale
E tuttavia...
E se, al di là di fenomeni certo inquietanti di nuova anomia, di insubordinazione confusa e di evidente caduta di rispetto per l'etica pubblica e per gli ideali d'antan, se accanto alla dispersione della memoria, al narcisismo e ad un appiattimento del desiderio sulla merce, peraltro prodotti proprio dall'evoluzione di quella civiltà di cui si patisce tanta nostalgìa, vi fossero anche segnali interessanti, trasformativi, e non necessariamente in peggio, da raccogliere?
Se, per esempio, qualcosa da sempre ostracizzato e emarginato nella nostra idea di cultura, assecondando forse anche un necessario moto di compensazione, ritornasse alla ribalta? Se, ad una cultura che è stata per secoli iconoclasta, somatofobica, sessuofobica, misogina e certo allergica ai linguaggi non deduttivi, astratti e fortemente gerarchizzati, si contrapponesse finalmente la necessità di un forte ribaltamento della concezione del sapere, dell'educazione, della comunicazione, in cui l'immaginazione, il corpo, la musica ritornassero ad avere un ruolo di rispetto? Se allo scientismo e al geometrismo della conoscenza, anche in virtù delle progressive trasformazioni e ritrovate connessioni tra filosofia e ricerca, tra arte e vita, si potesse sostituire una visione più plurale e policentrica dell'episteme e dell'esperienza? Se, per esempio, a scuola, si immaginasse che l'epistemologia della musica contemporanea, o quella del teatro povero e della drammatizzazione, o quella del cinema, o quella della danza, o quella dell'immaginazione artistica potessero affiancarsi in maniera non subalterna all'apprendimento fondato sulla parola e la scrittura, se la scienza ritrovasse una dimensione estetica e non solo funzionale, se la filosofia fosse finalmente emancipata dalla tirannia storicistica? Se l'informatica fosse uno spazio di sperimentazione espressiva e non solo una tecnologia finalizzata alla produzione? Insomma, se al monoteismo del Logos e della sua morale si avvicendasse il politeismo meticcio dei linguaggi e delle forme, sarebbe davvero l'apocalisse temuta dai nostri moderni Catoni?
Paolo Mottana Il Blog Immaginale
argomento:
Paolo Mottana
ONLINE IL SITO DE LA CURA MARINA.VENERE.COLOMBO
L’associazione LA CURA.Marina.Venere.Colombo, costituitasi in data 06/03/2009 presso la sede sita in Merate Via San Marcellino 36, ha come scopo esclusivo il fine di solidarietà sociale nei confronti dei cittadini, utenti dei servizi di cura, dei professionisti e dei volontari che vi operano. L’obiettivo prioritario dell’Associazione è promuovere il benessere di chi partecipa al sistema di cura, sia esso sanitario, medico o sociale.
L'associazione in particolare persegue le seguenti finalità:
- Promuovere negli operatori medici e sanitari l’orientamento alla cura della persona identificata come paziente;
- Facilitare, attraverso differenti dispositivi culturali e formativi, l’integrazione degli attori del sistema di cura: pazienti, parenti, operatori e volontari;
- Promuovere la consapevolezza e la responsabilità individuale nell’erogazione e nella fruizione dei servizi medici e sanitari.
L’associazione è aperta a tutti quanti sentano l’importanza delle tematiche affrontate e vogliano collaborare con idee e contributi personali al suo sviluppo che possono a tale scopo mettersi in contatto con l’associazione ai seguenti recapiti:
La Cura Marina Venere Colombo Associazione di Volontariato Culturale
Via San Marcellino, 36
23807 Merate (LC)
Tel 039.9921170
Via San Marcellino, 36
23807 Merate (LC)
Tel 039.9921170
argomento:
Associazione LA CURA
CHI SIAMO
Robindart Factory, gruppo aperto interdisciplinare che si occupa di progettazione di interventi di arte sociale: installazioni, produzioni artistiche, mostre, rassegne, pubblicazioni, interventi territoriali, progettazione sociale.
In rete con molte realtà associative e istituzionali, Robindart prende parte al corso del movimento Genti in Viaggio.
Robindart Factory ha l'intento di partecipare e contribuire ad un cambiamento sociale incentrato sull'Arte di Convivere, attraverso progetti e azioni innovative.
Colloca i suoi interventi lungo il continuum: arte per la trasformazione sociale responsabile - arte della trasformazione personale consapevole.
Nata dall'esperienza quinquennale nell'organizzazione del festival Din Don D'Arte, a partire dall'intento di rendere visibile e promuovere l'artisticità giovanile territoriale, la Factory si è costituita attraverso il contributo originario di Ivan Sirtori, Lara Elli, Davide Giuseppe Mauri, Franco Napoli e Roberto Passuti. Negli ultimi due anni, a partire dagli stimoli generativi nati dall'incontro con il movimento Genti in viaggio, si è sviluppata annettendo sempre nuove amicizie collaborative, di alta professionalità e apertura creativa, che ne stanno definendo l'anatomia e la fisiologia operativa, continuamente in progress.
Lara Elli, formatrice, socia Torreluna sas
Ivan Sirtori, psicologo, poeta, socio Torreluna sas
Davide Giuseppe Mauri, artista, insegnante
Ruggero Meles, alpinista, scrittore, insegnante
Mario Casalone, musicista
Saul Casalone, fisico, organettista
Sara Munari, fotografa, artista
Michele Fiocchi, attore
Salvatore Bellocco, imprenditore, GDS Communication
Riccardo Sirtori, grafico, designer, arredatore d'interni
Elena Galante, fisica, coach, formatrice
Alessio Oggioni, informaticofilosofico
Lara Elli, formatrice, socia Torreluna sas
Ivan Sirtori, psicologo, poeta, socio Torreluna sas
Davide Giuseppe Mauri, artista, insegnante
Ruggero Meles, alpinista, scrittore, insegnante
Mario Casalone, musicista
Saul Casalone, fisico, organettista
Sara Munari, fotografa, artista
Michele Fiocchi, attore
Salvatore Bellocco, imprenditore, GDS Communication
Riccardo Sirtori, grafico, designer, arredatore d'interni
Elena Galante, fisica, coach, formatrice
Alessio Oggioni, informaticofilosofico
argomento:
Chi siamo
MOVIMENTO TRANSITION
Tratto da Carimate città in transizione
COS’E’ LA TRANSIZIONE ?
La Transizione è un movimento culturale impegnato nel traghettare la nostra società industrializzata dall’attuale modello economico profondamente basato su una vasta disponibilità di petrolio a basso costo e sulla logica di consumo delle risorse a un nuovo modello sostenibile non dipendente dal petrolio e caratterizzato da un alto livello di resilienza.
Analizzando più a fondo i metodi e i percorsi che la Transizione propone, si apre un universo che va ben oltre questa prima definizione e fa della Transizione una meravigliosa e articolatissima macchina di ricostruzione del sistema di rapporti tra gli uomini e gli uomini e tra gli uomini e il pianeta che abitano.
ROB HOPKINS
Transition è un movimento culturale nato in Inghilterra dalle intuizioni e dal lavoro di Rob Hopkins. Tutto avviene quasi per caso nel 2003. In quel periodo Rob insegnava a Kinsale (Irlanda) e con i suoi studenti creò il Kinsale Energy Descent Plan un progetto strategico che indicava come la piccola città avrebbe dovuto riorganizzare la propria esistenza in un mondo in cui il petrolio non fosse stato più economico e largamente disponibile.
Voleva essere un’esercitazione scolastica, ma quasi subito tutti si resero conto del potenziale rivoluzionario di quella iniziativa. Quello era il seme della Transizione, il progetto consapevole del passaggio dallo scenario attuale a quello del prossimo futuro.
COM’È IL NOSTRO MONDO
L’economia del mondo industrializzato è stata sviluppata negli ultimi 150 anni sulla base di una grande disponibilità di energia a basso prezzo ottenuta dalle fonti fossili, prima fra tutte il petrolio. Più in generale il nostro sistema di consumo si fonda sull’assunto paradossale che le risorse a disposizione siano infinite.
Le conseguenze più evidenti di questa politica sono il Global Warming e il picco delle risorse, prime tra tutte il petrolio, una combinazione di eventi dalle ricadute di portata epocale sulla vita di tutti noi. Ci sono molti altri effetti che si sommano a questi, inquinamento, distruzione della biodiversità, iniquità sociale, mancata ridistribuzione della ricchezza, ecc.
La crisi petrolifera appare però la minaccia più immediata e facilmente percepibile dalle persone. Rob intuisce che è più semplice partire da questo punto e arrivare agli altri di conseguenza, un’intuizione che è probabilmente alla base della fulminea diffusione del suo movimento.
RISCOPRIRE LA RESILIENZA
Ma Rob è anche e soprattutto un ecologista e ha passato anni a insegnare i principi della Permacultura. Da questo suo background deriva la sua seconda intuizione: applicare alla logica della sua Transizione il concetto di resilienza.
Resilienza non è un termine molto conosciuto, esprime una caratteristica tipica dei sistemi naturali. La resilienza è la capacità di un certo sistema, di una certa specie, di una certa organizzazione di adattarsi ai cambiamenti, anche traumatici, che provengono dall’esterno senza degenerare, una sorta di flessibilità rispetto alle sollecitazioni.
La società industrializzata è caratterizzata da un bassissimo livello di resilienza. Viviamo tutti un costante stato di dipendenza da sistemi e organizzazioni dei quali non abbiamo alcun controllo. Nelle nostre città consumiamo gas, cibo, prodotti che percorrono migliaia di chilometri per raggiungerci, con catene di produzione e distribuzione estremamente lunghe, complesse e delicate. Il tutto è reso possibile dall’abbondanza di petrolio a basso prezzo che rende semplice avere energia ovunque e spostare enormi quantità di merci da una parte all’altra del pianeta.
È facile scorgere l’estrema fragilità di questo assetto, basta chiudere il rubinetto del carburante e la nostra intera civiltà si paralizza. Questa non è resilienza.
I progetti di Transizione mirano invece a creare comunità libere dalla dipendenza dal petrolio e fortemente resilienti attraverso la ripianificazione energetica e la rilocalizzazione delle risorse di base della comunità (produzione del cibo, dei beni e dei servizi fondamentali).
Lo fa con proposte e progetti incredibilmente pratici, fattivi e basati sul buon senso. Prevedono processi governati dal basso e la costruzione di una rete sociale e solidale molto forte tra gli abitanti delle comunità. La dimensione locale non preclude però l’esistenza di altri livelli di relazione, scambio e mercato regionale, nazionale, internazionale e globale.
LE TRANSITION TOWNS
Nascono così le Transition Towns (oramai centinaia), città e comunità che sulla spinta dei propri cittadini decidono di prendere la via della transizione.
Qui si evidenzia il terzo elemento di forza del progetto di Rob Hopkins, quello che lui ha creato è un metodo che si può facilmente imparare, riprodurre e rielaborare. Questo lo rende piacevolmente contagioso, anche grazie alla forza della visione che contiene, un’energia che attiva le persone e le rende protagoniste consapevoli di qualcosa di semplice e al contempo epico.
Possediamo tutte le tecnologie e le competenze necessarie per costruire in pochi anni un mondo profondamente diverso da quello attuale, più bello e più giusto. La crisi profonda che stiamo attraversando è in realtà una grande opportunità che va colta e valorizzata. Il movimento di Transizione è lo strumento per farlo.
Cristiano Bottone
Movimento Transition Towns Italia
COS’E’ LA TRANSIZIONE ?
La Transizione è un movimento culturale impegnato nel traghettare la nostra società industrializzata dall’attuale modello economico profondamente basato su una vasta disponibilità di petrolio a basso costo e sulla logica di consumo delle risorse a un nuovo modello sostenibile non dipendente dal petrolio e caratterizzato da un alto livello di resilienza.
Analizzando più a fondo i metodi e i percorsi che la Transizione propone, si apre un universo che va ben oltre questa prima definizione e fa della Transizione una meravigliosa e articolatissima macchina di ricostruzione del sistema di rapporti tra gli uomini e gli uomini e tra gli uomini e il pianeta che abitano.
ROB HOPKINS
Transition è un movimento culturale nato in Inghilterra dalle intuizioni e dal lavoro di Rob Hopkins. Tutto avviene quasi per caso nel 2003. In quel periodo Rob insegnava a Kinsale (Irlanda) e con i suoi studenti creò il Kinsale Energy Descent Plan un progetto strategico che indicava come la piccola città avrebbe dovuto riorganizzare la propria esistenza in un mondo in cui il petrolio non fosse stato più economico e largamente disponibile.
Voleva essere un’esercitazione scolastica, ma quasi subito tutti si resero conto del potenziale rivoluzionario di quella iniziativa. Quello era il seme della Transizione, il progetto consapevole del passaggio dallo scenario attuale a quello del prossimo futuro.
COM’È IL NOSTRO MONDO
L’economia del mondo industrializzato è stata sviluppata negli ultimi 150 anni sulla base di una grande disponibilità di energia a basso prezzo ottenuta dalle fonti fossili, prima fra tutte il petrolio. Più in generale il nostro sistema di consumo si fonda sull’assunto paradossale che le risorse a disposizione siano infinite.
Le conseguenze più evidenti di questa politica sono il Global Warming e il picco delle risorse, prime tra tutte il petrolio, una combinazione di eventi dalle ricadute di portata epocale sulla vita di tutti noi. Ci sono molti altri effetti che si sommano a questi, inquinamento, distruzione della biodiversità, iniquità sociale, mancata ridistribuzione della ricchezza, ecc.
La crisi petrolifera appare però la minaccia più immediata e facilmente percepibile dalle persone. Rob intuisce che è più semplice partire da questo punto e arrivare agli altri di conseguenza, un’intuizione che è probabilmente alla base della fulminea diffusione del suo movimento.
RISCOPRIRE LA RESILIENZA
Ma Rob è anche e soprattutto un ecologista e ha passato anni a insegnare i principi della Permacultura. Da questo suo background deriva la sua seconda intuizione: applicare alla logica della sua Transizione il concetto di resilienza.
Resilienza non è un termine molto conosciuto, esprime una caratteristica tipica dei sistemi naturali. La resilienza è la capacità di un certo sistema, di una certa specie, di una certa organizzazione di adattarsi ai cambiamenti, anche traumatici, che provengono dall’esterno senza degenerare, una sorta di flessibilità rispetto alle sollecitazioni.
La società industrializzata è caratterizzata da un bassissimo livello di resilienza. Viviamo tutti un costante stato di dipendenza da sistemi e organizzazioni dei quali non abbiamo alcun controllo. Nelle nostre città consumiamo gas, cibo, prodotti che percorrono migliaia di chilometri per raggiungerci, con catene di produzione e distribuzione estremamente lunghe, complesse e delicate. Il tutto è reso possibile dall’abbondanza di petrolio a basso prezzo che rende semplice avere energia ovunque e spostare enormi quantità di merci da una parte all’altra del pianeta.
È facile scorgere l’estrema fragilità di questo assetto, basta chiudere il rubinetto del carburante e la nostra intera civiltà si paralizza. Questa non è resilienza.
I progetti di Transizione mirano invece a creare comunità libere dalla dipendenza dal petrolio e fortemente resilienti attraverso la ripianificazione energetica e la rilocalizzazione delle risorse di base della comunità (produzione del cibo, dei beni e dei servizi fondamentali).
Lo fa con proposte e progetti incredibilmente pratici, fattivi e basati sul buon senso. Prevedono processi governati dal basso e la costruzione di una rete sociale e solidale molto forte tra gli abitanti delle comunità. La dimensione locale non preclude però l’esistenza di altri livelli di relazione, scambio e mercato regionale, nazionale, internazionale e globale.
LE TRANSITION TOWNS
Nascono così le Transition Towns (oramai centinaia), città e comunità che sulla spinta dei propri cittadini decidono di prendere la via della transizione.
Qui si evidenzia il terzo elemento di forza del progetto di Rob Hopkins, quello che lui ha creato è un metodo che si può facilmente imparare, riprodurre e rielaborare. Questo lo rende piacevolmente contagioso, anche grazie alla forza della visione che contiene, un’energia che attiva le persone e le rende protagoniste consapevoli di qualcosa di semplice e al contempo epico.
Possediamo tutte le tecnologie e le competenze necessarie per costruire in pochi anni un mondo profondamente diverso da quello attuale, più bello e più giusto. La crisi profonda che stiamo attraversando è in realtà una grande opportunità che va colta e valorizzata. Il movimento di Transizione è lo strumento per farlo.
Cristiano Bottone
Movimento Transition Towns Italia
argomento:
Etica civile
PROGETTO 10^100
Il Progetto 10100 è un concorso di idee che ha l'obiettivo di
cambiare il mondo aiutando il maggior numero di persone possibile.
cambiare il mondo aiutando il maggior numero di persone possibile.
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Da vedere,
Etica civile
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